La mia aurora boreale

MASSIMO CUFINO

Sono le 10 di sera. Le abbondanti tute termiche blu e nere ci rendono tutti uguali. Non possiamo neppure distinguerci per gli scarponi: abbiamo dovuto lasciare i nostri nello spogliatoio e indossare i più caldi e pratici stivaloni procurati dall’organizzatore. Per riconoscerci ci affidiamo esclusivamente alla propria stazza fisica e al cappello di lana, a patto che questo, però, non sia ricoperto dal cappuccio della tuta.

Siamo anche ugualmente goffi e sembriamo un gruppo di bizzarri esploratori mentre si avventura in una sconosciuta regione polare. Tutto è ricoperto dal bianco della neve, il cui riverbero permette di distinguere il sentiero e di cogliere la bellezza dello scenario intorno a noi. È vero che il buio dell’orario lo rende meno nitido, ma al contempo gli conferisce quella classica aurea magica che solo le luci invernali del Nord sanno disegnare. Ci troviamo all’interno di una valle di cui ignoro il nome, so solo che dista circa un’ora e mezza da Tromsø, la principale città della Norvegia settentrionale. Né io né i miei compagni di ventura ci preoccupiamo di rintracciarla su Google Maps. Abbiamo ben altro di cui interessarci, del resto.

Procediamo uniti, compatti, quasi guardinghi. Come se una creatura malefica potesse improvvisamente materializzarsi dal bosco accanto. Magari un mostro metà umano e metà alce, una sorta di minotauro nordico. “L’unione fa la forza” ci rassicuriamo mentalmente e inconsciamente, ma consapevoli che qualcosa sta per accadere. Deve accadere. E, in effetti, accade. È qualcosa di sovrannaturale, di magico, ma non proviene dal temuto bosco. In un’area tra le stelle, il cielo sembra squarciarsi e lasciar trasparire la luce che si trova oltre la volta celeste, anzi nera a quest’ora. Come un foro nel vetro disegna crepe che si diramano da un unico punto, così la macchia luminosa sopra di noi si allarga e si allunga, muta forma e intensità di continuo.

Nel frattempo il gruppo non è più compatto, come se il fenomeno avesse eliminato ogni tensione, come se ci avesse ordinato il “rompete le righe”. E noi, ubbidienti, abbiamo eseguito. Abbiamo trovato l’angolo secondo noi migliore dove osservare, ammirati se non estasiati, il gioco in cui è impegnato il cielo; abbiamo virtualmente tracciato un cerchio intorno a noi a protezione del nostro spazio personale, dove nessun’altro ha il permesso di condividere le emozioni che ci stanno investendo. Qualcuno si limita a guardare soddisfatto e forse sopraffatto dall’emozione, qualcun’altro si impegna a catturare quella luce con una macchina fotografica tenuta in mano nuda e tremolante per il freddo, pochissimi montano un cavalletto a cui assicurare la propria reflex con la stessa cura mostrata dal miglior cecchino in un film di azione. Io rientro tra i primi. Mi voglio gustare ogni singolo secondo del mio primo avvistamento dell’aurora boreale.

Per mia fortuna, negli anni seguenti, ho ammirato altre volte questo spettacolare fenomeno naturale. Nessuna classifica, per me l’aurora boreale è sempre stata speciale ed emozionante, che si sia manifestata sopra di me lungo la costa islandese o tra i boschi della Lapponia, mentre l’ammiravo al calduccio di un lodge dalle ampie vetrate in un’isola delle Lofoten o dalla vetta del monte che domina Tromsø, o ancora mentre guidavo tra le strade delle isole artiche norvegesi, quasi giocassimo a rincorrerci, lei e io.

Qualche volta, come la prima, ho preferito godermi lo spettacolo immortalandolo solo nella mia memoria. Altre volte mi sono voluto  sentire un autentico fotoreporter piantando il treppiede nella neve e provando e riprovando le impostazioni fino a trovare il giusto scatto. L’ultima volta ho tentato di catturare l’aurora con lo smartphone, approfittando dell’evoluzione tecnologica e della possibilità di impostare manualmente i settaggi necessari.

Le fotografie sono bellissime, fin troppo. L’occhio umano ha una sensibilità minore rispetto alla fotocamera e l’aurora boreale osservata a occhio nudo non ha gli stessi colori dello stesso fenomeno immortalato dalla macchina fotografica. Ma l’emozione ribalta completamente la situazione. Parafrasando una celebre pubblicità, trovarsi realmente sotto drappi luminosi e danzanti non ha prezzo

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