C’era una volta una volpe

MASSIMO CUFINO

C’era una volta una volpe.
Era una volpe artica, ma non era come tutte le volpi artiche. Questa volpe era una vera giocherellona, era curiosa e non stava mai ferma, e coinvolgeva gli amici nei suoi scherzi, a volte come complici e altre come vittime. Uno dei suoi bersagli preferiti era un orso bruno, molto ma molto più grande e forte di lei. Ma la differenza di stazza non la frenava, anzi la faceva sentire più furba e potente di quanto non fosse, facilitata anche dal carattere mansueto del plantigrado. Evidentemente la volpe non sapeva che i buoni, quando troppo stuzzicati, sanno diventare cattivi.
Un giorno, dopo l’ennesimo dispetto subito, l’orso perse le staffe e da vittima divenne carnefice. “Ti piace scherzare col fuoco?” tuonò irato, “e allora così sia”. Afferrò la volpe, la portò accanto a un fuoco e diede la coda alle fiamme. Da quel momento, la volpe perse la voglia di giocare e la sua coda, rimasta incandescente, le rammentava in ogni istante che sarebbe stato meglio non provocare più nessuno. Ogni volta che correva sui prati innevati, la coda fiammante, al contatto con la neve fresca, provocava scintille che il vento artico portava su e su nel cielo, fino a disegnare fenomenali giochi di luce, che oggi conosciamo come aurora boreale.
Questa è la leggenda della volpe di fuoco, revontuli in lingua finlandese, un termine che deriva dalle parole revon, volpe, e tuli, fuoco. È una leggenda dei Sami, la popolazione indigena che vive nei territori settentrionali della Scandinavia, più comunemente conosciuti come Lapponi. Curioso è che i Sami non chiamavano l’aurora boreale con il termine revontuli, ma con l’assai più complicato da pronunciare guovssahas, il cui signficato letterale è “luce che può essere udita”.

Ma non vorremo mica credere che, nei secoli scorsi, i Sami fossero gli unici creduloni, i soli a ritenere che un animale fosse in grado di provocare un tale fenomeno? Assolutamente no, erano in buona compagnia.
Il cigno è spesso indicato come l’eleganza fatta animale. Perché, dunque, non spiegare una sinuosa e altrettanto elegante danza di luci come una conseguenza del volo di questi meravigliosi uccelli? Ecco che i Danesi proposero una spiegazione quasi scientifica. Cosa succede, infatti, a un cigno quando vola troppo vicino al Polo Nord? Esattamente la stessa cosa che accade alla barba di uno scalatore, cioè gocce di ghiaccio si formano sempre più grosse sulle ali, rendendo più difficoltoso rimanere in quota. Il povero uccello deve moltiplicare gli sforzi e sbattere le ali con maggior veemenza per non fare una brutta fine. Ora, immaginate non un cigno ma dieci, venti, cento esemplari raccolti in un ampio stormo. Cento cigni che sbattono le proprie ali ad una velocità dieci volte maggiore dell’usuale. Immaginate, poi, i raggi del sole che colpiscono le piume di duecento ali luccicanti di brina e si rifrangono nel cielo in mille direzioni. Ecco che avete ottenuto la danza aurorale secondo gli antichi danesi!

Volpi e cigni sono entrambi animali molto belli. Abbiamo già detto come i cigni siano riconosciuti come un simbolo di eleganza. Indirettamente, purtroppo, anche le volpi lo sono per la loro pelliccia, inopportunamente esibita da donne facoltose e smaniose di apparire.
L’alto rischio, però, di etichettare l’aurora boreale come un fenomeno d’élite fu rimosso dagli Svedesi, che puntarono sulle più proletarie aringhe, forse per apparire meno snob. La spiegazione non differisce troppo da quella dei Danesi. Qui, però, è la luce della luna a riflettersi sulle scaglie dei grandi banchi di aringhe che si muovono ininterrottamente appena sotto la superficie del mare.

Quella della volpe di fuoco non è l’unica leggenda sami collegata all’aurora boreale. Qui, però, subentrano due nuovi elementi, che si ritrovano nei racconti di molti popoli delle regioni settentrionali, compresi i Nativi americani: l’uomo e le anime dei defunti. Di queste leggende racconteremo prossimamente.

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